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Perchè Torre di Babele


Torre di Babele



"Nel corso della mia vita ho cambiato un'infinità di giacigli e mi sono nutrito ora di pane e olio su una pietra, ora di fagiani farciti su tavole colme d'oro e d'argento, ma ho abitato sempre la medesima casa. Ho sempre abitato le parole ed esse hanno abitato dentro di me. Ho cominciato apprendendone i segni e copiandole e ho terminato trasportandole da una lingua all'altra. Tutta la mia vita è stata questo gioco infinito"... "Babele si dice, è il simbolo della maledizione di settantadue lingue. Può anche essere. Ma la mia lunga esperienza di vita mi ha fatto pensare più volte che Babele potesse essere un dono divino. Che il monito del Dio degli Ebrei fosse: Capitevi! Capitevi con fatica! Leggete l'uno sulla bocca dell'altro i suoni diversi! Traete dalla diversità l'armonia della natura e del divino!"

(Raffaele Gorgoni "Lo scriba di Càsole" Ed.Besa)


Quando abbiamo deciso di dare vita ad una associazione che si occupasse della famiglia e dei suoi linguaggi e del lavoro sociale ad essi legato, abbiamo scelto una immagine che da sola potesse raccontare la nostra idea: la Torre di Babele, la cui storia è quella di un "progetto" e di un "luogo".
Il progetto, mitico, degli uomini che vollero costruire una torre altissima "per non essere più dispersi sulla faccia della terra", abbandonato dopo la punizione divina della confusione delle lingue, e il luogo fisico, reale, che si trova tuttora in Iraq, dove ancora si scontrano, senza incontrarsi, due mondi che non riescono a capire le parole dell'altro. Dice Pino Scaccia, giornalista, parlando della Torre di Babele "Il luogo fisico è la torre vera, così come l'ho conosciuta a Samarra, in Iraq. Lì la chiamano "malwiya", la spirale, splendida metafora architettonica dove è faticosissimo, sul serio, arrampicarsi in vetta superando passaggi tortuosi."
Partire, quindi, da una metafora della diversità e della sconfitta legata alla fatica di capirsi, ma per cambiare prospettiva, ripartendo dalla fatica e facendo della diversità un luogo d'incontro per mettere in comune la ricchezza delle differenze.

Per noi significa partire dalla famiglia o meglio dalle "famiglie" nelle tante forme presenti oggi, nelle quali si intessono relazioni primarie fondamentali e legami forti nella coppia, tra genitori e figli, tra fratelli, tra generazioni diverse: sono "luoghi" concreti e quotidiani di incontro come di scontro, ma anche, insieme, "progetti" di un percorso di vita in comune, che hanno storie specifiche e aspettative future, e sono soggetti a successi, difficoltà, cambiamenti, revisioni.
Dentro i legami e le relazioni ciascuno parla la propria lingua di, coniuge, compagno, genitore, figlio, fratello, di adulto, adolescente o bambino, e accade, parlando lingue diverse, di non riuscire a capirsi. Allora il "progetto" può farsi confuso, fonte di fatica o di sofferenza e si può anche decidere di abbandonarlo.

Ci sono poi le relazioni delle famiglie e dei suoi componenti con la comunità, gli altri "luoghi sociali" in cui siamo inseriti tutti (la scuola, il lavoro, il quartiere, ecc.). In questi luoghi può essere più complicato capire e farsi capire se si parla un'altra lingua, si appartiene ad un'altra cultura alla quale si resta legati, anche andando via dal proprio paese d'origine. Dietro la definizione, un po' abusata, di "società multietnica" c'è più concretamente la fatica di adulti e bambini, di famiglie sentite ancora "straniere", di trovare lo spazio per il proprio progetto di vita dentro una cultura diversa, senza dover cancellare la propria.

In questo senso anche il lavoro sociale degli operatori e delle istituzioni che si muovono attorno alle famiglie è un "luogo" dove si incontrano, e possono anche scontrarsi, competenze e saperi diversi, appartenenti a professionalità e discipline accomunate dal "progetto" di sostenere e aiutare la famiglia nel suo percorso. La diversità delle voci e delle organizzazioni coinvolte, se non è condivisa e sentita come una risorsa, può provocare interventi frammentari, generare anche in questo caso confusione e fatica.

Da tutto questo è nata l'esigenza e la scelta di riunirsi in un gruppo di lavoro, basato sulla relazione, sulla parola e l'ascolto, che a partire dal rapporto professionale ed umano dei suoi componenti vuole aprirsi al contributo di chi condivide la necessità di mettere in comune parole, competenze ed esperienze, operatori e famiglie compresi.
L'approccio è perciò interdisciplinare e interculturale, rimarcando l'ottica di scambio tra le diverse aree presenti nel gruppo (psicologica, sociale, legale, medica, della mediazione culturale, familiare e scolastica, della comunicazione web).
L'obiettivo è offrire percorsi e strumenti per le famiglie e per gli operatori realmente condivisi, non prestabiliti, a misura delle domande e delle difficoltà che si presenteranno o che saranno rilevate.

Per finire un brano di Pino Scaccia, sul valore della diversità e della parola: (che abbiamo in parte già ripreso e legato al suo progetto, un blog nato attorno all'idea della Torre di Babele) con cui ci sentiamo in sintonia, per ciò che la Torre può significare

"La torre di Babele è, insieme, un progetto e un luogo fisico. Il progetto è quello di ospitare tutte le lingue del mondo, tutte le idee, dare voce a chiunque, cosi' da arrivare per paradosso a una parola 'unica', insomma a capirsi. Di parole, girando per i problemi del mondo, ne sento sempre tante, cerco di sentirle tutte: se c'e' un po' di confusione, e' solo apparente. Perche' un coro cosi' vario puo' essere invece un grande strumento per raggiungere quella verita' da tutti invocata ma così varia, complicata, contorta, difficile da conquistare. Qui non diro' verita' perche' sostengo da tempo, per esperienza da cronista, che la verita' assoluta non esiste. Esistono i fatti, ma sui fatti ognuno ha la propria verita', ed e' gia' fortunato ad averla. Il luogo fisico è la torre vera, così come l'ho conosciuta a Samarra, in Iraq. Lì la chiamano "malwiya", la spirale, splendida metafora architettonica dove è faticosissimo, sul serio, arrampicarsi in vetta superando passaggi tortuosi."
(Pino Scaccia)

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